Quanto ci piace l’hacker buono (Mr. Robot)

tumblr_nmz6b7YNn11tn1d6wo1_1280“Hello friend”. Comincia così Mr. Robot, la serie tv che ha sbancato i Golden Globe (due premi come Mozart in the Jungle). Elliot Alderson, il ragazzetto con gli occhi scavati che va sempre in giro il cappuccio in testa, parla direttamente allo spettatore. Ma a differenza di Frank Underwood, che in House of Cards ci guarda dritti in faccia, del ragazzetto sentiamo solamente la voce – e non è una differenza da poco.

Ma chi è, davvero, Elliot Alderson?

Sociopatico e arrabbiato, paranoico e morfinomane, il protagonista di Mr. Robot (che il 3 marzo arriverà anche in Italia, su Premium Stories) è l’archetipo dell’antieroe. Un hacker in lotta con le multinazionali, con il mondo e con se stesso. Il personaggio perfetto per incarnare la frustrazione dei giovani che negli ultimi anni, da Occupy Wall Street alla Primavera araba, si sono messi in testa di fare la rivoluzione.

I muri di New York, quelli veri, sono sono già tappezzati con le facce di Elliot Alderson. Diventerà un’icona del nostro tempo? Secondo me sì. E se ci pensate è strano… Mr. Robot che vince due Golden Globe è un po’ come Edward Snowden – a cui, tra l’altro, la serie è piaciuta – insignito della Medal of Honor dal Governo Usa. Sì perché Elliot, come Snowden, è un tizio piuttosto pericoloso. Un cybercriminale che hackera tutto e tutti, i farabutti ma pure la gente comune.

Eppure Elliot ci piace. Altroché se ci piace. Perché è una specie di vendicatore alla Dexter, che smanetta coi codici per punire pedofili e spacciatori. Un hacker buono che a un certo punto, quando entra in contatto con il misterioso gruppo Fsociety, decide di alzare il tiro: non perderà più tempo coi pesci piccoli, no. Si cimenterà in una battaglia ben più impegnativa contro Evil Corp, la multinazionale più brutta e cattiva fra tutte le multinazionali brutte e cattive, la corporation gestita dall’”un per cento dell’un per cento: gente che gioca a fare Dio senza chiedere il permesso a nessuno”. L’obiettivo diventa abbattere il sistema del credito, redistribuire la ricchezza, radere al suolo il capitalismo per creare una società più equa.

Una serie che parla di un tipo così non dovrebbe trionfare a Hollywood, dài… E invece sì, perché Elliot è come Robin Hood che rubava ai ricchi per dare ai poveri, una versione 2.0 di Che Guevara. La sua sfida all’Ok Corral con Tyrell Wellick, il dirigente giovane e rampante in abito su misura, diventa una lotta fra il Bene e il Male: una lotta in cui la differenza fra bene e male è talmente netta – troppo netta? – che confondersi è impossibile.

Per capire come mai Elliot ci piace così tanto, però, bisogna scavare un po’ più a fondo. 

Elliot ci piace perché il mondo che ci siamo costruiti, incarnato dai freddi grattacieli newyorchesi in cui si gioca la sua partita, non è quello che volevamo. Perché una parte di noi lo sa benissimo che dietro alle facce sorridenti dei profili di Facebook si nasconde qualcos’altro. Lo sappiamo, eppure preferiamo non fare niente. E’ più comodo aspettare che qualcuno venga a salvarci: e se il Che Guevara del terzo millennio è un ragazzetto psicotico che combatte con la tastiera invece che coi fucili… Beh, che importa?

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