Macché morta: il futuro della tv (2a puntata)

futuro_tvPer misurarsi con un tema complesso come il futuro della televisione bisogna innanzitutto distinguere tra mezzo (come guardo) e contenuto (cosa guardo). Se ci si concentra sul mezzo allora sì, è probabile che il televisore finisca in soffitta com’è successo al telefono di casa. Ma è anche probabile che la transizione richieda tempo: “I media offrono novità continue e si tende a buttare a mare il passato con troppa fretta. Questi fenomeni avvengono lentamente, a maggior ragione in un Paese anziano e resistente ai cambiamenti come l’Italia” mi ha detto Vanni Codeluppi, sociologo dei processi culturali e comunicativi, quando l’ho intervistato per Style.

Che lo schermo televisivo sia ancora considerato importante lo conferma una ricerca di Ericsson, secondo cui appena l’uno per cento degli italiani ne fa a meno (sotto, un altro grafico elaborato da Ericsson Consumer Lab). Un cambiamento però c’è già stato e si chiama on demand. Al netto di previsioni e scommesse è questa la vera, grande novità degli ultimi anni. “Le esigenze più diffuse nella nostra società sono la flessibilità e la personalizzazione. La possibilità di usufruire dei contenuti quando, dove e come si vuole risponde proprio a questo bisogno” spiega Codeluppi.

L’approdo in Italia di Netflix forse non ha segnato una rivoluzione – al momento sarebbero circa 200 mila gli abbonati paganti – ma ha certificato che il cambiamento è in atto anche da noi. Per Nielsen il 36 per cento della popolazione italiana connessa a internet, circa nove di milioni di persone, consuma tv on demand, quella cioè che non offre un menu del giorno ma un magazzino di programmi da cui attingere. Una percentuale che è destinata a crescere, soprattutto quando l’Italia avrà adeguato la diffusione della banda larga agli standard europei.

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“Entro il 2020 il consumo della televisione 2.0, cioè streaming e on demand, sarà sullo stesso livello di quella tradizionale. Almeno negli Stati Uniti: l’Italia seguirà a ruota” dice Aurelio Severino, direttore Tv e media di Ericsson Italia. E i contenuti? In che modo sta cambiando l’offerta televisiva? I dati di ascolto tratteggiano un Paese ancora fermo agli anni Ottanta: i programmi più seguiti nel 2016, come nel 2015, come sempre, sono stati il Festival di Sanremo e le partite di calcio. Ma i vecchi strumenti di misurazione non sono più sufficienti a fotografare in maniera nitida una realtà in continuo cambiamento. E non è un caso se Nielsen, la società che in Italia cura il panel Auditel, ha sottolineato la necessità di trovare un nuovo sistema che permetta di confrontare realisticamente l’audience tv con quella su internet (ecco le novità in arrivo da Auditel).

“I cambiamenti più significativi li vedremo nella fiction” prevede Freccero. “Ci saranno sempre più serie tv ad alto costo, costruite su sceneggiature sofisticate e caratterizzate da una scrittura internazionale. E sempre meno programmi nazionali. La televisione dei santi, dei carabinieri e dei pacchi all’ora di cena ha vita breve“. Ma attenzione, la tv non perderà del tutto il suo ruolo di moderno focolare domestico. Secondo Codeluppi “lo manterrà in alcuni momenti specifici: durante il Festival e i Mondiali, le elezioni politiche o eventi particolarmente drammatici saremo tutti lì davanti allo schermo, come una grande comunità immaginaria. Magari col telefono in mano, perché il consumo è diventato più disattento e mentre si guarda si commenta sui social”.

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Se oggi il pubblico è diviso, con i giovani che utilizzano sempre di più i nuovi strumenti e gli anziani ancora davanti al vecchio schermo, i segnali di un prossimo terremoto sono evidenti. Soprattutto per quanto riguarda le piattaforme. La rivoluzione in corso sta infatti scatenando una guerra per la conquista della nuova televisione. Da una parte ci sono gli operatori tradizionali impegnati su due fronti: ampliare l’offerta (Sky sta investendo molto sull’on demand) e coalizzarsi per fronteggiare la nuova concorrenza (l’alleanza fra Mediaset e Vivendi). Dall’altra quelli legati alla rete, da Amazon a Netflix, che cercano di conquistare mercati e spettatori anche attraverso le produzioni locali. Mentre i provider di telecomunicazioni stanno alla finestra: “Oggi i contenuti video costituiscono il 50 per cento del traffico dati. Nel giro dei prossimi cinque anni supereranno il 70 per cento” dice Severino.

Chi vincerà questa battaglia non è dato al momento saperlo. Come non è ancora chiaro, in un contesto in cui Mark Zuckerberg punta forte sulla realtà virtuale e Tim Cook di Apple scommette sulle app, quale sarà la tecnologia in grado di prevalere sulle altre. Ma di certo possiamo trovarci d’accordo con Reed Hastings, il ceo di Netflix, quando dice che “ai nostri figli non verrà mai in mente di chiedere cosa c’è in tv perché ormai quel mondo è finito”. Il palinsesto è morto. Il televisore sta morendo. Lunga vita alla televisione

[LEGGI LA PRIMA PUNTATA]

 

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