Siamo tutti Steven Avery (Making a Murderer)

Netflix-via-Manitowoc-Sheriffs-Department-1Me lo sono chiesto tante volte: mentre la guardavo e anche dopo, quando non riuscivo a togliermi Steven Avery dalla testa. Perché è così coinvolgente? Cosa c’è, dentro, di così perturbante? Nessuna serie tv, fra quelle che ho guardato negli ultimi anni, è riuscita a toccare le mie corde più profonde e a farmi indignare, incazzare, intristire davanti allo schermo come Making a Murderer (di cui, è notizia di pochi giorni fa, uscirà una seconda stagione).

Intanto la vicenda. Steven Avery, un giovane problematico, finisce in carcere per lo stupro e il tentato omicidio di Penny Bernstein. La condanna lascia qualche perplessità. C’è un altro sospettato, uno stupratore seriale, e Avery aveva avuto qualche dissapore con la polizia locale. Ma tant’è. Steven passa 18 anni in carcere. Finché il test del dna non lo scagiona: era stato quell’altro, non lui. Nel 1985 un ragazzo con la zazzera bionda era entrato in prigione; ora, nel 2003, a uscire è un ciccione di mezza età con la barba lunga fino all’ombelico.

Passano due anni. Avery, finalmente riabilitato, fa causa alla Contea di Manitowoc (Wisconsin) che l’aveva condannato: chiede 36 milioni di dollari di risarcimento. Poi succede qualcosa. Il 31 ottobre del 2005 scompare una giovane fotografa, Theresa Halbach. L’ultimo posto in cui è stata vista è il camper di Steven. Le indagini si concentrano su di lui. Non vi dirò cosa succede a questo punto, per non rovinarvi la sorpresa. Mi limiterò ad aggiungere che Theresa è morta e che nella vicenda fa il suo ingresso Brendan Dassey, il nipote 17enne di Steven: pure lui viene arrestato.

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Girata nel corso di dieci anni, la docuserie segue passo passo i processi di Steven e Brendan. Le autrici (Laura Ricciardi e Moira Demos) analizzano nel dettaglio tutte le prove a carico dei due. Intervistano familiari e avvocati. Fanno ampio uso dei materiali d’archivio. Tutto serve ad avvalorare la loro tesi: Avery è innocente, la polizia sta tentando di incastrarlo per coprire le sue magagne. Chi guarda finisce inevitabilmente per aderire a questa teoria. E sì, lo ammetto. Quando il procuratore Ken Kratz, il grande nemico di Steven, forse il personaggio più antipatico in assoluto, rimane invischiato in un sordido caso di sexting e abusi sessuali, anch’io ho goduto come un riccio.

Making a Murderer è appiccicosa come la carta moschicida. Se superi lo scoglio delle prime due puntate, appesantite dalla necessità di introdurre lo spettatore alle vicende che seguiranno, non ti stacchi. Gli Avery, la madre e il padre di Steven, i fratelli, le fidanzate e i parenti vari, diventano gente di famiglia. E non ne esci più. Io, per un paio di settimane, mi sono addormentato con l’immagine di Steven Avery in testa. E qui torniamo alla domanda iniziale: perché è così addictive?

La risposta, secondo me, c’entra poco su ciò che è davvero accaduto alla povera Theresa Halbach. Se guardi la docuserie ti convinci che Avery è innocente, e non è un caso se dopo l’uscita di Making a Murderer centinaia di migliaia di americani hanno firmato una petizione per la grazia inviata al presidente Obama in persona. Se invece dai un’occhiata alle decine di articoli dedicati al processo, puoi anche farti un’idea diversa (a quanto pare, le due autrici avrebbero omesso qualche dettaglio non proprio insignificante).

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Ma non è questo il punto. Per come la docuserie è (ben) costruita, non è possibile non empatizzare con Steven Avery. Chi può rimanere indifferente di fronte alla storia di un uomo che, dopo aver passato 18 anni in carcere ingiustamente, viene messo in prigione un’altra volta? Chi non ha provato un moto di compassione per Brendan, un ragazzo fragile e con evidenti deficit cognitici che rimane incastrato in una vicenda enormente più grande di lui?

Steven potrebbe aver assassinato Theresa Halbach oppure no. In fondo, non è questa la cosa più importante. L’aspetto davvero decisivo è potrebbe non averla uccisa. Forse non l’ha uccisa. C’è un ragionevole dubbio, ci sono motivazioni fondate per credere che non l’abbia fatto. Basta questo per immedesimarsi: e se succedesse a me, di essere accusato ingiustamente di un delitto, una volta e poi un’altra ancora? L’idea di passare 18 anni in prigione senza aver fatto nulla, e poi di tornarci… È talmente forte, talmente terribile che da sola basta a scegliere da che parte stare.

Guardando Making a Murderer, mi sono chiesto spesso: come ho fatto a vivere fino a oggi, senza conoscere questa storia?

In fondo, siamo tutti Steven Avery. Siamo tutti Brendan Dassey.

 

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