L’avvocato delle cause perse (The Night Of)

1006065365-oh-col-night1Entra in scena alla fine del primo episodio di The Night Of (da oggi su Sky Atlantic). Il cappotto di due misure più grande, l’abito grigio sgualcito e un paio di sandali ai piedi. Procede con un’andatura sbilenca, sghemba come il suo volto e tutta la sua esistenza. L’avvocato newyorchese John Stone sembra una riedizione di Saul Goodman, l’azzeccagarbugli di Breaking Bad: ugualmente comico e improbabile ma più amaro, come se i fatti della vita gli avessero lasciato in dote un fardello più pesante.

Nella parte di Stone, Turturro offre una grande interpretazione dell’uomo sull’orlo di una crisi di nervi. Non bastasse il look trasandato alla tenente Colombo fuori tempo massimo per capirlo, c’è quel fastidioso eczema ai piedi che costituisce una prova provata: per risolvere il problema il nostro le prova tutte, dai ritrovi settimanali tipo alcolisti anonimi alla medicina cinese. Finché, una notte, nella sua vita piomba Nasir.

Abituato a occuparsi di furfantelli e prostitute, Stone si imbatte in questo giovane di origini pachistane che ha, o sembra avere, tutti i crismi del bravo ragazzo (se vi sorge il sospetto di averlo già visto, è perché l’attore Riz Ahmed era il protagonista del film Il fondamentalista riluttante). Nasir è in carcere con l’accusa di aver ucciso a coltellate l’affascinante e problematica Andrea dopo una notte di droga e sesso, e tutti gli indizi sono contro di lui.

Ovviamente c’entrano anche i pregiudizi razziali, in una New York dove dopo l’11 settembre del 2001 la vita per gli islamici si è fatta più difficile. Ovviamente, verità e menzogna si confondono in abbraccio inestricabile (e non sempre la sincerità conviene: come dice Stone a Nasir, «la verità non ti sarà di nessun aiuto»). Il gioco è quello di tenere lo spettatore sul filo, mostrargli poco a poco l’anima nera del ragazzo e contemporaneamente mettergli sotto il naso altri potenziali colpevoli.

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Guardando The Night Of mi sono sentito come una specie di pallina che rimbalzava continuamente avanti e indietro, fra innocenza e colpevolezza: il meccanismo narrativo funziona talmente bene che mi sono quasi convinto di esserci anch’io, fra i giurati. Consiglio la serie (un remake in otto puntate della britannica Criminal Justice) a quelli che hanno apprezzato Rectify, Making a Murderer e Better Call Saul, che qui sono shakerati in un cocktail originale ed esplosivo.

P.S. Fra i produttori figura il mitico James Galdolfini de I Soprano, che prima di morire girò l’episodio pilota. La parte dell’avvocato passò poi a Robert De Niro, che declinò per altri impegni, e quindi a John Turturro, che qui si esprime ai suoi massimi livelli.

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