Un successo che ha del surreale (Atlanta)

atlantaConfesso che ho dubitato. A un certo punto, circa a metà, ho pensato che si trattasse della solita serie di nicchia, intendendo come nicchia i soggetti su cui si concentra (i rapper neri di Atlanta): carina, divertente, ben fatta, niente di più. Poi è successo qualcosa. Il ritmo improvvisamente è cambiato. E ho capito che Donald Glover, creatore e protagonista di Atlanta, potrebbe regalarci grandi soddisfazioni nei prossimi anni.

Earn è uno spiantato che ha lasciato Princeton per non si capisce bene quale motivo e ora sopravvive di lavoretti. I genitori in casa non lo vogliono, la compagna nemmeno. Avrebbe anche una figlia ma quando è il suo turno preferisce mollarla ai nonni. A un certo punto intravvede la luce in fondo al tunnel. Il cugino Alfred, piccolo spacciatore che nel tempo libero veste i panni del rapper Paper Boi, è diventato famoso in città grazie a una canzone. Paper Boi non ha un manager: Earn vuole diventare il suo manager.

Tutto qui? Tutto qui. La trama praticamente non esiste. Ed è proprio questa assenza di trama che permette, a un certo punto, di inserire un episodio assolutamente surreale. È l’unica puntata in cui Earn non compare, l’unica in cui il regista è Glover. Tutto l’episodio consiste in un talk show, sul canale dei neri di Atlanta, in cui viene invitato Paper Boi. Lo slang da rapper dei bassifondi scandalizza la studiosa bianca e il conduttore nero. Il programma è spesso interrotto da spot il cui senso – meglio: la cui assoluta ed esilarante mancanza di senso – si coglie solo alla fine dell’episodio.

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Da qui in avanti la serie cambia marcia. Diventa sempre più surreale, più divertente. Il personaggio di Darius, il fattone smart amico di Paper Boi, trova una sua collocazione. Compare persino un giocatore degli Atlanta Hawks, la squadra di basket della città, che va in giro su un prototipo di macchina invisibile. Atlanta, che ora è in onda su Fox, non ha avuto un grande successo a livello di pubblico ma è stata osannata dalla critica e ha vinto due Golden Globe (miglior commedia e miglior attore). Non è un capolavoro. È un piccolo gioiello surreale.

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